Il significato della parola caregiver per l’ ambito psicologico.

Avete mai sentito questo termine? Deriva dall’inglese, come molte delle parole ormai entrate nel nostro vocabolario, e con esso si intende una persona che assiste,  indipendentemente dal ruolo (anche se solitamente è il genitore, il partner, o figlio/a) una persona che gli /le è cara e che ormai non è più autonoma. 

Si potrebbe tradurre in italiano con “assistente familiare” ma non sarebbe così corretto perchè i caregivers non solo e non necessariamente si occupano di familiari in senso stretto  (sebbene essi siano la maggior parte).

La cura dell’altro può essere di due tipi:

  • diretta: cucinare, cura della persona, stirare, etc…;
  • indirettatutto ciò che ha a che fare con gli aspetti burocratici.

Oltre a ciò vengono portati a termini due tipi di sorveglianza:

  • attiva: se l’assistito è in condizione di pericolo si agisce attivamente;
  • passiva: se il paziente è allettato ed ha bisogno di assistenza continua h24 e 7/7.

Questa popolazione è stimata dall’ISTAT,  intorno ai 9 milioni e per la stragrande maggioranza (90%) donne. Le ore dedicate alla cura sono moltissime e riguardano le attività più diverse: amministrative, supporto diretto alla persona (igiene, alimentazione…), cura della casa.

Sono ormai così importanti che nel 2019 siamo arrivati alla nona edizione della Giornata del Caregiver, che si tiene nell’ultimo sabato di maggio.

Secondo una ricerca dell’Associazione Italiana Malattia di Alzheimer più del 66% dei caregiver ha dovuto abbandonare il lavoro, il 10% ha richiesto un lavoro part-time e il 10% si è orientato verso una mansione meno impegnativa.

Sono persone che prima di diventare (spesso loro malgrado) caregiver avevano occupazioni diverse: impiegati, meccanici, liberi professionisti… E’ naturale quindi che mancassero di conoscenze specifiche sulla malattia che ha colpito il loro caro e sul mare magnum burocratico, farmacologico e sociologico che ad essa si accompagna.

Per questo una delle problematiche a cui vanno incontro è la mancanza di conoscenza della malattia stessa e di ciò che ad essa si accompagna, oltre ai punti di riferimento che sono tanti ma molto frammentati e di difficile reperimento.

In estate i problemi legati alla cura degli anziani, già così onerosi di per se’, aumentano ulteriormente poiché le (poche) risorse presenti con le vacanze vengono a mancare. Così i caregiver  si ritrovano ancora più soli ed affaticati. Per questo sono considerati da più parti come la seconda vittima della malattia  (si veda: LABORATORIO DI SOSTEGNO AI CAREGIVER – TORINO )

Sono loro infatti ad essere spesso gli unici mediatori tra il malato e il mondo circostante, giocando il doppio ruolo (spesso anche pericoloso) di interpreti e traduttori dei bisogni del malato.

Come dice Alda Merini: “Il dolore non è altro che la sorpresa di non conoscerci”.

Purtroppo però tutto ciò  non è esente da pericoli e patologie anche gravi. Se ne parlerà in un prossimo articolo.

Dott.ssa Sabina Natali, Psicologa, Psicoterapeuta Torino
C.so IV Novembre, 8.
E-mail: info@natalipsicologatorino.it
Tel:338/3052197