“Prima di trovare la tua anima gemella è necessario che tu scopra la tua anima”. C.F. Glassman.

Soprattutto ultimamente sto notando che il pretesto che porta le persone a chiedere una prima consulenza, nel mio studio di Torino, è la fine di un amore, più o meno lungo che sia. Non ho usato a caso il termine pretesto (dal latino pre=avanti e texere = tessere) poiché parlare della fine di una relazione alla fine diventa il pretesto appunto per narrare altre storie che hanno radici ben più profonde.
Il termine di una relazione è a tutti gli effetti un lutto, considerato tra gli eventi stressogeni maggiori nella vita di una persona (una curiosità: al secondo posto c’è il trasloco, provare per credere !).
La sofferenza, le lacrime, il dolore ne sono tutte condizioni essenziali. Esse possono fare così tanta paura che chi ne è coinvolto può evitare di terminare la storia che tanto lo fa stare male solo per timore di un dolore maggiore. Ciò ovviamente non fa che peggiorare la situazione poiché si entra nel circolo vizioso della procrastinazione dalla quale è sempre più difficile uscire. C’è una vita da riorganizzare: abitudini, luoghi, amici a cui “mettere mano” oltre ai sensi di colpa, alle recriminazioni, ai ricordi e ai rimpianti. Come fare a rendere questo doloroso ma necessario momento di passaggio un po’ più “lieve” ?
Non negare. Negare che una relazione è ormai terminata equivale a stare ancora peggio. Certo, esso è il meccanismo difensivo più antico che ci aiuta a non pensare che quella cosa così dolorosa e che ci fa così paura sia successa proprio a noi. Per un po’ può essere utile ma alla fine diventa disfunzionale. A nulla vale diventare stalker del partner cercando di controllarlo attraverso tutta la tecnologia a nostra disposizione. Infatti così si crea maggiore dipendenza.
Neppure chiedersi ossessivamente: “dove ho sbagliato ?” è utile poiché gli errori sono sempre di entrambi.
Nel momento in cui si prende consapevolezza che il rapporto si è concluso subentra la rabbia che in realtà un’utilità ce l’ha: allontanare chi ci ha ferito (anche qui però essere arrabbiati troppo a lungo non fa che legarci all’altro ancor di più e non farci crescere )
-“Chiodo scaccia chiodo“. Spesso ci si butta in altri rapporti per non soffrire. sono le cosiddette “rebound relationship “, relazioni di rimbalzo, che secondo gli autori Braum Baugh e Fraley, in una recente ricerca (2015) hanno dimostrato che sono molto utili. Il rischio però è che non permettano di vivere appieno la sofferenza, passare attraverso la quale serve però a superare il lutto.
Parlarne va bene, fa molto bene, ma senza esagerare poiché si rischia  di sortire l’effetto opposto: rimanere invischiati in un racconto senza fine.
Dicevamo, scrivere della propria sofferenza è comunque utile. Non farlo con qualche mezzo tecnologico bensì prendendo ” carta penna e calamaio” e inserendo poi i nostri pensieri in buste separate e il tutto in una bella scatola. In questo modo si potrà ragionare anche fisicamente su quanta sofferenza stiamo buttando dentro a quel rapporto.
Alla fine il lutto viene elaborato. E quando poi ci sentiremo un po’ meglio sarebbe bello riconoscerselo, arrivando anche a buttare via quelle buste, o a bruciarle perché così facendo anche la nostra sofferenza vi andrà dietro…
Se alla fine non fosse così facile come sembra allora la cosa migliore è sicuramente affidarsi ad un professionista. Senza paura e con molta fiducia poiché nella vita tutto, ma veramente tutto, si può superare uscendone anche rafforzati.

Dott.ssa Sabina Natali, Psicologa, Psicoterapeuta Torino
C.so IV Novembre, 8.
E-mail: info@natalipsicologatorino.it
Tel:338/3052197