Quando trasformare la propria vita in quella del malato si rivela una vera e propria patologia.

Ho lavorato per oltre dieci anni nei servizi di domiciliarità leggera del Comune di Torino.

Il mio lavoro è consistito nel sostegno psicologico ai cosiddetti “caregiver” ovvero i familiari che si prendono cura di un anziano (ma non necessariamente solo “anziano”) malato. (LINKARE ARTICOLI SUI CAREGIVER) Questo sia nella struttura territoriale all’interno della quale prestavo la mia opera, sia nelle cure domiciliari.

Ho sempre creduto che la psicologia debba uscire dal chiuso della stanza di terapia (nella quale succedono dei veri e propri “miracoli di cambiamento”) per andare incontro alle persone là ove ve ne sia il bisogno.

Per questo motivo ho effettuato visite domiciliari in tempi nei quali non erano così usuali, soprattutto nei casi di Alzheimer. Ho avuto il privilegio di “entrare” in punta di piedi in famiglie completamente devastate da una malattia, definita da più parti come “malattia familiare” e le famiglie come “vittime nascoste” della stessa malattia.

I familiari infatti si trovano in una situazione non solo critica e difficile da gestire ma anche paradossale: da un lato sono i principali prestatori di cura e di assistenza per la persona colpita, dall’altro cercano di continuare a mantenere con il congiunto un rapporto fatto di affetto e relazioni, avendo però a che fare con una persona molto diversa da quella che erano abituati a conoscere, una persona che arriva non solo a non capirli più ma neppure a riconoscerli, quindi in un certo senso ad obbligarli ad avere un rapporto unidirezionale.

In generale comunque, indipendentemente dal tipo di patologia che colpisce l’anIano malato, il compito di prendersene cura comporta non solo una fatica fisica ma anche psicologica e sottrae tempo alle normali attività della routine quotidiana: lavoro, famiglia, sonno, amici, relazioni sociali.

Il numero delle ore da dedicare al proprio congiunto aumenta con il progredire della malattia.

E’ soprattutto l’impossibilità a lasciare solo il paziente a diventare fortemente limitatante per l’autonomia dei familiari che se ne occupano, e del caregiver in particolare. Così spesso, pur desiderando prestare le necessarie cure, ci si trova sottoposti ad uno stress psicofisico molto forte e primi a subirne le conseguenze sono proprio le relazioni sociali, la propria “rete sociale”.

Così l’impatto della malattia crea un vero e proprio scompenso delle dinamiche intrafamiliari fino ad arrivare alla comparsa di conseguenze fisiche e psichiche in alcune componenti della famiglia stessa.

Anche l’American Alzheimer’s Association sottolinea l’importanza della tempestività nel riconoscere gli “indicatori di stress”:

rabbia, ansia, depressione, tendenza all’isolamento, irritabilità, insonnia, problemi di salute.

Quando poi le risorse presenti all’interno del sistema familiare non dovessero più essere sufficienti è necessario rivolgersi al mondo esterno, in particolare ai servizi sanitari. Il loro utilizzo può alleviare e contenere lo stress e la depressione dei caregiver anche se essi sono sotto-utilizzati.

Infatti se la percezione che i familiari hanno dei servizi è quella di potersi rendere utile e di essere una risorsa per la cura del parente, allora sarà più facile per loro affidarsi completamente.

In caso contrario, nel caso in cui cioè la percezione fosse di perdita di controllo della situazione, allora i familiari preferiscono non usufruire di aiuto esterno. Tale punto di vista conferma il fatto che l’aiuto richiesto non risiede tanto in fattori esterni, quali ad esempio l’efficienza dei servizi o la loro vicinanza, quanto su una percezione interna alla famiglia.

Tale aspetto ha ovviamente un risvolto pratico molto importante poiché dà un utile indicazione su come i servizi dovrebbero essere strutturati per fornire un aiuto effettivo al paziente ed ai familiari stessi: risulta essere quindi più importante la creazione di un rapporto di fiducia tra i sanitari e il caregiver dell’efficienza del servizio stesso. Per questo i servizi sanitari saranno investiti di nuovi compiti tra cui incentivare le risorse di accudimento.

Ma alla fine però “chi aiuta colui o colei che aiuta”?

Soprattutto colui o colei che aiuta sono restii a farsi aiutare poiché lo trovano “inutile” visto che vi sono problemi più urgenti di cui occuparsi.

E’ però certo che anche i caregiver hanno bisogno di quelle che definisco “le loro pompe di benzina” e visto che il problema risulta essere molto complesso, l’unico aiuto che può derivare loro è quello di un professionista che li accompagni a  superare gli ostacoli del senso di colpa.

Infatti spesso si arriva addirittura all’annullamento del sè pur di aiutare il proprio familiare (ma, perché no, anche un amico o una persona cara a cui non si è legati per vincoli di parentela). Dal mio piccolo osservatorio, nel mio studio di Torino, i casi di persone che decidono (seppur con molta sofferenza) di “farsi aiutare per aiutare meglio”, sono in aumento.

Ed ecco allora che la psicologia viene loro in soccorso, dentro e fuori la stanza di terapia.

“Afferra la stretta di qualcuno che ti aiuterà, e poi utilizzala per aiutare qualcun altro”. Booker T. Washington

Dott.ssa Sabina Natali, Psicologa, Psicoterapeuta Torino
C.so IV Novembre, 8.
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