Una psicologa a Torino, mentre è in “trasferta” ad un concerto di musica classica ed ascolta Mahler pensa: “Ma perché i musicisti non stanno sorridendo?“.

L’articolo che segue sul mio sito https://www.natalipsicologatorino.it è (molto) liberamente tratto dall’originale inglese, il cui titolo compare al termine.

Fatta questa doverosa premessa veniamo a noi.

Perché gli orchestrali non sorridono? Lo stress dell’orchestrale.

Siamo circondati dai miti,  di qualsiasi tipo e genere. Cos’è però un mito?

L’etimologia della parola mito è da ricondursi al greco μύθος (mythos) = parola, narrazione, favola, leggenda. Tale termine è utilizzato, sin dall’antichità, per indicare un racconto leggendario, profondamente intriso di archetipica sacralità, originatosi nella notte dei tempi (e quasi sempre tramandato oralmente).

Ora, senza scomodare i massimi sistemi, da Jung in avanti, possiamo semplicemente dire che i miti servono per semplificare la realtà, e utilizzando la parola nel senso comune del termine, il lavoro del musicista, soprattutto classico, ha qualcosa di “mitico”.

Si pensa che sia “il lavoro più bello del mondo“: sempre sul palcoscenico, a contatto con l’essenza della cultura, suonando melodie meravigliose, ed osannati dal pubblico: cosa si può volere di più dalla vita? Ben presto però, avendo a che fare con loro per lavoro, mi sono resa conto che le mie idee (ma non sono le mie) si basassero su concetti che non hanno retto la prova dell ‘esame di realtà.

In particolare uno studio di Jutta Allmendinger, Richard Hackman e Erin V. Lehman (1994) mostra che, sebbene le motivazioni interne degli orchestrali siano più alte di qualsiasi altro gruppo studiato, il loro livello di soddisfazione nel lavoro sia addirittura più basso di quello delle guardie carcerarie! Ma come può essere possibile, considerando anche il loro stipendio e i giorni di riposo pagati?

In realtà hanno a che fare con moltissimi stressors. Uno dei principali e sicuramente l’ansia da palco Ansia da palco:che cos’è?.

Essa risulta essere molto sottovalutata e sono pochi i musicisti che veramente se ne occupano, un pò perché temono di “fare la figura dei malati” un pò perché non se ne parla molto all’interno dell’orchestra e addirittura si dà per scontato che essa debba terminare con il fatto di “farci l’abitudine“. Proprio per questo motivo, se qualcuno la provasse, dovrebbe anche cercare di nasconderlo ai colleghi (e ciò provocherebbe stress).

Ovviamente così non è, si vedano a questo proposito gli articoli in merito su questo sito, ad esempio Superare l’ansia da palcoscenico con l’EMDR.

Altro elemento fortemente stressogeno e’ quello che riguarda la parte fisica. Molto spesso infatti suonare uno strumento porta a dover far assumere al proprio corpo per un periodo di tempo prolungato posture innaturali e per di più fino all’età della pensione!

Per questo motivo molti strumentisti sviluppano delle malattie professionali (la peggiore tra tutte e la più temuta: la distonia focale).

Quasi sempre queste patologie portano i musicisti a dover interrompere la loro carriera.

Partendo dal presupposto che la loro persona si identifica completamente con lo strumento e la professione, difficilmente riescono a “riciclarsi“ in altri tipologie lavorative.

Inoltre il loro lavoro li porta a doversi continuamente, per più ore al giorno, allenare al fine di raggiungere una “perfezione mitica” che in realtà non può esistere.

Molti orchestrali si paragonano a grandi maestri del loro strumento cercando di eguagliarli, ma nella maggior parte dei casi non riuscendoci. Ciò porta ad un gap interiore che crea una notevolissima fonte di stress.

I miti quindi continuano a “fare il loro effetto” e a creare dissonanza cognitiva nel tentativo di adeguarvisi. Anche gli orchestrali quindi non sono esenti da sentirsi obbligati a lavorare sotto questo “cappello mitico”. Proprio questa però è un’ enorme fonte di stress nella quotidianità del lavoro.

Inoltre l’orchestra è fondamentalmente patriarcale e l’idea (anch’essa mitica) che vi sottostà e’ che il direttore sia una sorta di dominus/padre mentre gli orchestrali i suoi sottoposti/figli.

Robert Sapolsky (1994) scrisse del film di Federico Fellini del 1979 Prova d’ orchestra:

Quando Fellini ebbe bisogno di una metafora per descrivere il rovesciamento dell’orchestra nei confronti del direttore citò quella dell’orchestra ribelle nei confronti del suo direttore”.

Risulta anche significativo il modo in cui gli orchestrali pongono delle domande al direttore d’orchestra. Sebbene essi possano aver ragione nel porre questioni devono sempre farlo in modo da non ferire il direttore stesso poiché secondo il mito gli orchestrali possono sempre solo attingere al pozzo di conoscenza del direttore senza poter aggiungere nulla ad esso.

Ad esempio, in una delle orchestre più grandi d’America i musicisti sono scoraggiati a rivolgervisi prima che quest’ultimo non si sia rivolto a loro.

Ovviamente, come accade per molti miti, anche che quello dell’onniscienza del direttore d’orchestra non è così vero. Pensiamo ad esempio, al fatto che lui da solo non può umanamente sapere tutto ciò che la somma dei suoi orchestrali conosce rispetto a ciascuno strumento.

La naturale conseguenza dell’onniscenza è l’ onnipotenza dopotutto.

Gli orchestrali quindi non possono controllare quando la musica inizia, quando finisce, e quando si siedono per le prove non possono più rialzarsi, banalmente, per andare in bagno.

Le ricerche dimostrano che questa mancanza di controllo è una delle fonti principali di stress. 

Baron e Rodin intendono il controllo come:”L’abilità di regolare o influenzare i risultati previsti mediante risposta selettiva e il controllo percepito come: “l’aspettativa di partecipare alle decisioni che portano ai risultati  sperati”.

Lo stress causato dalla mancanza di controllo non è un fenomeno soggettivo.

Infatti gli studi dimostrano che una minore o totale mancanza di controllo porta alla modificazione di parametri ormonali.

Molte delle cose che non possono essere apparentemente spiegate osservando un’orchestra di professionisti possono essere spiegate dallo stress causato da uno scarso livello di controllo e da come i musicisti tentano di affrontarlo.

Una delle tecniche classiche e’ quella dell’evitamento.

Come fa uno scarso livello di controllo a colpirli? Le ricerche dimostrano una correlazione tra un basso controllo e l’impotenza appresa. Così se sottoposti a uno stress cronico, e a una percezione di basso controllo si può correre il rischio di aumentare una situazione depressiva in soggetti particolarmente predisposti.

Secondo alcuni studi si può addirittura arrivare a una regressione nel momento in cui si sta suonando all’interno di un’orchestra proprio per il ruolo di infantilizzazione in qualche modo imposto dalla gerarchia: direttore d’orchestra-orchestrale. E questo anche in persone “perfettamente sane” nelle loro relazioni interpersonali al di fuori del lavoro in orchestra.

A questo punto ci si può chiedere se sia possibile adattare la realtà al lavoro piuttosto che il lavoro al mito. Questo dipende molto dalle strategie di coping attuate da ciascun individuo.

Cosa si intende per coping? Sinteticamente tutte quelle strategie comportamentali e cognitive che si usano per fronteggiare eventi stressanti.

Ad esempio si è calcolato che circa il 5-10% degli orchestrali sono anche piloti di aereo. Questo non deve stupire poiché fare il pilota permette loro di riappropriarsi di un elevato livello di controllo. Altri “passatempi preferiti” sono: giardinaggio, scrivere, effettuare lavori domestici.

Altro modo per riuscire a superare dei forti livelli di stress è quello di recuperare un po’ di “potere” all’interno dell’orchestra. Ma questo risulta essere piuttosto difficile da raggiungere.

Detto tutto ciò la prossima volta che andrete ad un concerto (di musica classica in particolare, ma non solo) non pensate automaticamente che sia “il lavoro più bello del mondo”!

Questo articolo è liberamente tratto dall’originale inglese:Why they are not smiling:Stress and discontent in the Orchestra workplace di Seymour and Robert Levine, 1996.

Dott.ssa Sabina Natali, Psicologa, Psicoterapeuta Torino
C.so IV Novembre, 8.
E-mail: info@natalipsicologatorino.it
Tel: 338/3052197