Ci sono cose che un uomo ha paura di dire anche a se stesso. F.Dostoevskij

Molto è stato detto e scritto sulla depressione post parto (si veda anche il mio articolo in proposito), poco invece esiste su un altro argomento: il pentimento di essere diventate madri. Eppure anche dal “piccolo osservatorio”, nel mio studio di Torino, sono passate (non poche) madri che mi hanno confessato, con le lacrime agli occhi:”Dottoressa mi vergogno a dirlo ma un figlio/a io non lo volevo e tornassi indietro non lo rifarei“. Scorgo, dietro a queste parole, tutto il peso della sofferenza che esse si portano dietro. Non è bene pensarlo, figuriamoci dirlo. Non è bene perché, per motivi sociali, culturali e psicologici una donna è realizzata se (e solo se) ha dei figli.

Se decide di non metterli al mondo allora se ne deve assumere le conseguenze, vivere una vita fatta di: “Tanto tu non puoi capire perché non hai figli”, oppure: “Non mi dire che sei stanca, lavori solo non hai neppure famiglia”.

Sono più di quanto possiamo immaginare le donne che alla fine un figlio lo fanno anche se non lo vorrebbero. Il confessarlo è praticamente impossibile poiché verrebbe confuso con un: “Ma come !Non ami i tuoi figli?!”.

Orna Donath, sociologa, nella sua ricerca (riassunta magistralmente nel libro: “Pentirsi di essere madri”) ha intervistato donne ebree con età compresa tra i 26 ed i 78 anni, alcune separate altre sposate, che hanno avuto il coraggio di dire che se tornassero indietro non rifarebbero la stessa scelta. Amano i loro figli ma no, non li rifarebbero. Alcune di loro lo hanno anche confessato (con le conseguenze che ciò psicologicamente ha comportato nei figli stessi), ma hanno dovuto ben sottolineare la differenza tra l’affetto per i figli e l’esperienza della maternità, poiché quasi sempre i due concetti sono visto come sinonimi, pur non essendolo affatto, e questo è un’ulteriore peso che si portano dentro.

Ci si potrà chiedere:”Allora perché fare un figlio?”.

Molte sono le ragioni: un copione famigliare che si tramanda di generazione in generazione e attraverso cui passa il riconoscimento dell’essere donna (se non hai figli non lo sei); la cultura, “l’orologio biologico” che detta i tempi; le pressioni sociali, religiose o perché “così fan tutte”. Quindi: “Una società che raffigura la non maternità come pericolosa ed in se’ deplorevole può influenzare l’esperienza delle donne anche quando la complessità della loro esperienza soggettiva di non maternità va al di là di una simile argomentazione” (pag.75).

Il rendersene conto, da parte delle donne è’ un percorso. Spesso dietro alla depressione post parto o al non riuscire ad avere figli vi è proprio il non volerli (ovviamente il tutto inconsciamente).

Ciò che manca alle donne è del tempo per se’. Il passaggio fondamentale del ciclo di vita da semplice coppia a essere genitori manda “in crisi” molte coppie, talmente prese dal loro ruolo che hanno completamente dimenticato di essere persone. Cio’  pesa soprattutto sulle donne, sulle cui spalle grava il peso di molte incombenze (lavoro, accudimento dei figli e della casa….). Manca così del “tempo per se’ che ancora troppo e’ percepito come “tempo inutile “. Ciò che più manca alla fine è “poterlo dire”, poterne parlare e questo lo si può fare in modo costruttivo solo all’interno di un percorso terapeutico.

Poiché anche attraverso il “pentimento di essere madri” passa la crescita personale.

Bibliografia:

Orna Donath :”Pentirsi di essere madri”, Bollati Boringhieri, Torino, 2017.

Dott.ssa Sabina Natali, Psicologa, Psicoterapeuta Torino
C.so IV Novembre, 8.
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