Omosessualità e psicologia: scopri quando è consigliabile contattare un professionista per svolgere la terapia di coppia.

Nel 1952 venne pubblicato per la prima volta il DSM, la “Bibbia” dei disturbi mentali per gli psichiatri. In quell’anno vi fu inserita anche l’omosessualità, salvo poi “uscirne a testa alta “(!!!) 21 anni dopo, nel 1973.

Magicamente, togliendo l’omosessualità dall’elenco dei disturbi mentali, molti milioni di “malati” guarirono.

Sono passati da allora 46 anni e molte battaglie per i diritti (sacrosanti!) civili. Ciò ha permesso un cambiamento non solo dal punto di vista giuridico ma sociale e relazionale. Oggi infatti è molto più comune vedere persone dello stesso sesso tenersi per mano, abbracciarsi, fare effusioni in pubblico, insomma in due parole “fare coppia”.

Lo fanno però partendo con un “handicap”: quello di sentirsi “diversi”.

Entrambi i membri, infatti, hanno dovuto passare attraverso un percorso verso la definizione della loro identità che nella stragrande maggioranza dei casi è stato (molto) arduo : pregiudizi, prese in giro, sofferenze, forzature auto imposte per esser “uguali” a un modello di “normalità” che in realtà non esiste. Lo hanno fatto scontrandosi con il gruppo di coetanei, gli insegnanti, la cultura di provenienza (grosse differenze esistono ancora tra Nord e Sud Italia, per non parlare del resto del mondo).

In tutto ciò un ruolo a dir poco essenziale lo riveste la famiglia d’origine che, almeno in prima battuta, difficilmente accetta l’outing dei figli.Questi ultimi tendono a mantenere il “segreto” poiché temono la reazione negativa dei genitori ed il rifiuto da parte loro.

A volte i genitori “minacciano “il figlio, se egli non è ancora indipendente sul piano affettivo ed economico. Cercheranno di isolarlo, controllare le sue frequentazioni. Oppure di “rimuovere” il :”Sono omosessuale” facendo “finta che” in realtà non sia vero. Quindi un eventuale partner non sarà minimamente preso in considerazione ed invitato alle feste “comandate”. Per non parlare poi delle difficoltà esistenti nelle famiglie in cui la religione è un valore molto importante.

Forse ci si sofferma poco nel riflettere quanto invece quel coming out è costato ai figli. Mi ha colpito a tal proposito, un esperimento del 1995 (Mark Blechner).

Un campione di persone eterosessuali fu obbligato per un intero mese a non poter menzionare, nel corso di qualsiasi conversazione e con chiunque, l’esistenza del marito o della moglie, anche quando questi ultimi erano stati presenti durante l’episodio da raccontare. Lo scopo era tenere segreta la propria eterosessualità, come se fosse “riprovevole” (così come all’epoca lo era l’omosessualità). Ciò ha permesso ai partecipanti di “toccare con mano” lo stress psicologico e le difficoltà riscontrate  nel riuscire a fingere, negando, qualcosa di così importante per loro.

Questa è una delle cose che metto in rilievo se con i pazienti che vedo nel mio studio di Torino programmo un incontro con la famiglia di origine (che fanno così tanta paura ma che sono utilissimi per un vero e rapido cambiamento).

Nella maggior parte dei casi incontro coppie i cui membri si trovano a livelli differenti di coming out e ciò provoca una crisi di coppia che solitamente viene attribuita a cause differenti e che a lungo andare non fa che logorare i rapporti. Infatti solo con una completa accettazione della propria omosessualità possiamo dire concluso il processo di costruzione dell’identità sessuale. Ma come la mettiamo se i due membri della coppia sono a livelli diversi di accettazione? Anche le coppie omosessuali hanno dei “suoceri” con l’aggravante che spesso questi ultimi ne sono inconsapevoli!

È importante intervenire in tal senso per evitare di incorrere in un forzato isolamento sociale, motivato dal desiderio di auto tutelarsi dal pregiudizio sociale e familiare, onde evitare che si faccia “parte per se stessi”, come diceva Dante.

Un altro dei tanti pregiudizi che le coppie omosessuali devono affrontare è di essere meno stabili e durature di quelle eterosessuali. Semplicemente il loro percorso è costellato di “tentativi ed errori” che in realtà vanno di pari passo con il percorso di accettazione della propria identità. Ciò non è molto diverso da quello che accade a uomini e donne che hanno scelto di vivere la loro sessualità ed affettività con una persona del sesso opposto. In poche parole: tradimenti regnano sovrani sia in coppie omo che etero e i partners soffrono allo stesso modo.

Se dovessimo riassumere i motivi per i quali una coppia omosessuale entra in crisi , potremmo semplificare a grandi linee:

 

  • Difficolta’ di comunicazione;
  • Tradimento;
  • Gelosia eccessiva;
  • cambiamento negli obiettivi di coppia
  • Diversi punti di vista nell’allargare il coming out ad altri membri della famiglia, amici o colleghi di lavoro;
  • mancanza di una forte rete di supporto;
  • Problemi sessuali.

Non risulta già facile per una coppia eterosessuale chiedere aiuto a un terapeuta per vari motivi Il primo colloquio dallo psicologo. Cosa succederà?, ancor di più per una coppia same sex soprattutto per paura di non essere capiti, o che il terapeuta non conosca il mondo omosessuale con le sue dinamiche ed i suoi linguaggi, o peggio il timore di essere giudicati portano ad una difficoltà ancora maggiore nel “farsi aiutare “ rispetto alle coppie etero. Niente di più sbagliato ovviamente perché così facendo si perde la grossa opportunità di essere sereni (e a tratti felici, come amo dire).

Come si sviluppa una consulenza a coppie omosessuali?

Fermo restando quanto sopra detto, le coppie (anche quelle che vedo nel mio studio di Torino) che accedono alla prima consulenza lo fanno quando il loro rapporto è in stallo o in una situazione di conflitto.

Gli step saranno:

Analizzare la domanda (perché si è scelto di venire in terapia e qual è il problema che ciascuno dei membri sente?);

Lavorare sui rapporti con le famiglie di origine (proprie e del partner). Molti (omo ed eterosessuali!) ne sono spaventati ma diciamo che se non si passa da queste “forche caudine” poco o nulla si risolve;

Superare la fase di stallo imparando a comunicare in modo proficuo e ” buono per se’”, i motivi per cui si sta male, i propri bisogni e le proprie paure.

Ora non rimane che fare la prima telefonata! Anche perché…

Un’anima gemella è una persona il cui amore è così potente da motivare te ad incontrare la tua anima, a fare il lavoro emozionale alla scoperta di sé. Kenny Loggins.

Dott.ssa Sabina Natali, Psicologa, Psicoterapeuta Torino
C.so IV Novembre, 8.
E-mail: info@natalipsicologatorino.it
Tel:338/3052197