L’avvenire è la porta, il passato ne è la chiave“. V.Hugo

Il titolo di questo articolo riprende un famoso libro di Eric Berne, fondatore dell’analisi transazionale:”Ciao…e poi?”. Quante volte al giorno lo diciamo, a volte aggiungiamo anche: “Come stai?” salvo neppure sentire la risposta, troppo presi come siamo da ciò che è nella nostra testa o da cosa dobbiamo fare dopo. Salutare significa per Berne: “Vedere l’altra persona, diventarne coscienti come fenomeno, esistere per lei ed essere pronti al suo esistere per noi”, significa insomma riconoscere l’altro come parte fondamentale di una relazione. Diciamo quindi “ciao” all’inizio ma anche alla fine di un incontro e quel saluto equivale a un arrivederci, più raramente a un addio.
Cosa succede nel terapeuta (e nel paziente) quando quel saluto avviene come ultima cosa detta alla fine di un percorso terapeutico più o meno lungo ?
Fin da quando 12 anni fa, ho iniziato a vedere pazienti nel mio studio di Torino, mi sono sempre interrogata sulle
alchimie che si creano in una stanza di terapia. A volte, scherzando con le colleghe (la maggior parte delle quali sono anche care amiche) mi trovo a dir loro: “Ma come funziona?”. All’inizio del mio percorso professionale ero seria, ora e’ diventato un vezzo, uno scherzo tra noi (vi rassicuro la terapia funziona eccome !!!E io non potrei svolgere lavoro più bello, appassionante ed efficace). Ciò però è stato spunto di riflessione sulle modalità con le quali avviene il processo di guarigione.
Chiudere un percorso terapeutico non è semplice per il paziente che deve elaborare il lutto della fine della terapia, magari insieme ad altri lutti che si è trovato ad elaborare durante il percorso stesso. Si è trovato per mesi (a volte anni, non troppi nel caso del mio modo di lavorare) ad avere un appuntamento fisso, un momento in cui poter chiudere fuori il mondo e prendersi del tempo per sè, ed ora si trova a non aver più questa occasione. Lo è anche per il terapeuta, coinvolto nelle storie narrate e parte integrante della rielaborazione delle stesse, che poi è il motivo fondante dell’efficacia terapeutica: creare una nuova storia.
Anche il terapeuta ha il suo “piccolo lutto” da elaborare. Così e’ abbastanza normale che ci si trovi a pensare che fine hanno fatto i pazienti al termine del percorso terapeutico, cosa ne e’ stato di loro, se sono felici, se hanno superato completamente le loro paure e i loro traumi, insomma “come vivono dentro”. Molti anni fa mi è stata consigliata la lettura di un libro in proposito: “L uomo che si innamorò di un orso bianco” di Robert U.Akerest, Pratiche Editore,Parma a.2000. “Il mio mondo è sovraccarico di prologhi, ma privo di finali. E’ come se qualcuno avesse strappato le ultime pagine di tutti i romanzi della mia biblioteca”. Che ne è stato di Naomi, la bella e infelice ragazza ebrea del Bronx, che si credeva una ballerina andalusa di flamenco? Era un caso di scissione di personalità, o soltanto un modo per sopravvivere? E di Charles, l’ammaestratore del circo, perdutamente innamorato di un’orsa polare? Avrà resistito alla sua folle ossessione erotica? E Seth, con le sue cruente fantasie di sesso e morte che lo rendevano incapace di una normale relazione amorosa, sarà riuscito a vincere i suoi impulsi sanguinari? Mary avrà ucciso ancora? Sasha avrà ritrovato l’ispirazione per scrivere e, con essa, risanato il suo rapporto con l’altra metà del cielo? L’autore così si mette in viaggio attraverso gli USA per scoprire che fine han fatto i suoi vecchi pazienti.

Non arrivando a tanto mi capita, a volte casualmente, a volte deliberatamente per quello che si chiama follow-up, di sapere come “vanno le cose” ai miei vecchi pazienti.  Così scopro che chi si era arenato al secondo anno di Università e’ riuscito a terminarla, che quella coppia che stentava a scambiarsi più di due parole di circostanza ora ha comprato una casa sulle colline torinesi (il loro sogno nel cassetto), chi non riusciva a girare l’angolo di casa perché sopraffatto dagli attacchi di panico ora va sereno ovunque e chi soffriva di ansia da palco e’ riuscito addirittura a vincere un concorso in orchestra.
E poi c’e’ quel paziente che dopo molti anni ti manda semplicemente il link del suo romanzo. Non sono necessarie tante parole per dire che sta meglio e che tutto è cambiato.
Sono felice e onorata per aver contribuito a che ciò sia accaduto a tutti loro.

Quindi mi sento di dire che si…La terapia funziona eccome!

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Dott.ssa Sabina Natali, Psicologa, Psicoterapeuta Torino
C.so IV Novembre, 8.
E-mail: info@natalipsicologatorino.it
Tel:338/3052197