L’idea che da tempo ci siamo fatti di una persona ci tappa occhi ed orecchie” . M. Proust.

L’altra sera, mentre ero nel centro di Torino, si è avvicinata a me una donna esordendo con: “Sono una malata psichica ma di quelle buone”. In queste otto parole e’ contenuta la storia della psichiatria degli ultimi 100 anni. Questa frase offrirebbe lo spunto per numerosissime considerazioni di vario tipo ed altrettanti convegni medici, sociologici e psicologici. In questo articolo mi voglio soffermare sul peso della diagnosi. In psichiatria si utilizza il DSM, la cui prima versione risale al 1952 (attualmente siamo al DSM 5), una sorta di “Bibbia per addetti ai lavori” comprendente la classificazione di tutti i disturbi di area nevrotica e psicotica. Esso risulta utile per poter avere lo stesso linguaggio tra addetti ai lavori, oltre ovviamente ad orientare lo psicoterapeuta nell’aiutare al meglio il paziente.

Un facile esempio: un conto è parlare di una depressione reattiva in seguito ad un lutto importante, ben altro una diagnosi di depressione maggiore che persiste da anni. Il problema è che grazie al “Dottor G.”(Google per intenderci) ormai i pazienti si fanno (sbagliando) le diagnosi da soli arrivando nel mio studio di Torino già belli auto etichettati. Le etichette sono rassicuranti, certo,  ma poi che farne?
Lo scopo della diagnosi sistemica e ‘quello di dare un senso a ciò che il paziente vive mettendolo in relazione con il contesto di riferimento nel senso in cui ne parla Gregory Bateson come: “il luogo sociale e relazionale in cui il sintomo del paziente si manifesta, in cui esso prende forma e assume significato”. Ciò significa che ciò che vive il singolo influenza l’intera famiglia con effetti che si estendono a tutte le relazioni, familiari e non, che l’individuo vive. Il sintomo quindi ci “parla” di quella famiglia, di ciò che vi capita, delle relazioni che i singoli membri intessono e delle polarità semantiche  che si vivono in esse (Ugazio V., Storie permesse, storie proibite, Bollati Boringhieri, 2012).
La diagnosi,quindi, esce dalla connotazione del singolo e diviene diagnosi relazionale indicando una disfunzione all’interno della famiglia.
Per questo il processo terapeutico non si baserà sui processi intra psichici del singolo individuo ma su come quella persona si relaziona con gli altri, andando a sfidare appunto le relazioni ed i modelli disfunzionali presenti nel contesto.
In questo modo si esce dall’etichetta “Tu sei malato e tu devi andare dallo psicologo ” entrando in una logica di costruzione, tra paziente, terapeuta e contesto di riferimento, in cui ciò che cambia è la narrazione dei fatti, l’attribuzione  di diversi significati ed infine le relazioni stesse. Per dirla con le parole di Watzlawick, Beavin e Jackson (1967) :”Un fenomeno resta inconcepibile finché il campo di osservazione non è abbastanza ampio da includere il contesto nel quale si verifica “.
Per uscire da una logica di diagnosi individuale è necessario mirare a rafforzare le risorse familiari e creandone di nuove. Perché tutti ne hanno, seppur ciascuno pensi siano molto nascoste.

Dott.ssa Sabina Natali, Psicologa, Psicoterapeuta Torino
C.so IV Novembre, 8.
E-mail: info@natalipsicologatorino.it
Tel:338/3052197