Uno dei motivi che maggiormente spinge le persone a venire nel mio studio di Torino è proprio l’elaborazione del lutto (e più che mai in questo periodo).

Il telefono del Vento (o sull’elaborazione del lutto).

In un luogo sperduto del Nord Est del Giappone, Kujira-yama, esiste dal 2011 una cabina telefonica con dentro un vecchio telefono, di quelli che si possono trovare al Gran Baloon di Porta Palazzo a Torino la seconda domenica del mese, o in qualunque mercatino delle pulci che si rispetti.

La cabina è bianca ed il telefono nero, in bachelite.

Le persone arrivano, a volte dopo aver fatto la “coda” per fare una cosa all’apparenza “strana”: comporre un numero (che ciascuno ha in fondo al proprio cuore) e “parlare” con chi ci ha lasciato. Sussurrando, appunto parole che si perdono nel vento.

Non solo Giapponesi (ed è del 2011 lo tsunami che ha sconvolto parte del Giappone e che ha incrementato il numero di visitatori alla cabina) bensì visitatori da ogni parte del mondo per parlare con chi ci ha lasciato:un marito, un figlio, la mamma, un amico, un cugino o un amante.

Qualcuno che magari non si è riuscito a salutare perché morto improvvisamente, senza lasciare il tempo di “congedarsi” come si fa, affrontando insieme al proprio caro una lunga malattia che ha un unico triste epilogo.

Ed allora quelle “parole sussurrate al Vento” possono servire. Fanno parte del processo di elaborazione del lutto (certo, se non diventano dipendenza, o quasi peggio, un’ossessione ) e permettono di parlare con parti di se’ rimaste congelate al momento della morte del proprio caro e che, se non risolte, non consentono di proseguire la vita (soprattutto per quel che concerne i lutti più traumatici).

Laura Imai Messina https://www.lauraimaimessina.com ne scrive un libro (assolutamente da non perdere) il cui titolo è proprio:”Quel che affidiamo al Vento”.

In forma di romanzo (scritto benissimo) attraverso la storia di Yui e di Takeshi, ci si avvicina al luogo ed alle storie di chi, attraverso quel telefono, riesce ad avere ancora rapporti con chi non è più su questa terra (almeno non fisicamente).

Ma l’elaborazione del lutto e’ un processo complesso, si sa. La sistematizzazione più famosa in “fasi” l’ha data la psichiatra Svizzera Elisabeth Kubler Ross che ne ha identificate 5:

  1. Negazione:il meccanismo di difesa più “antico”. Si nega l’accaduto perché troppo difficile da sopportare;

  2. Patteggiamento: si cerca di “patteggiare” ovvero di percepire la mancanza come se fosse solo momentanea;

  3. Rabbia:quando il patteggiamento fallisce arriva la rabbia, che va accolta (per quanto, a volte, devastante) e “scaricata” poiché anch’essa fa parte del normale processo di elaborazione;

  4. Depressione: ovvero la sensazione di sentirsi tristi, vuoti e soprattutto soli. Questa e’  la fase che prepara l’ultimo step;

  5. Accettazione. Si percepisce ancora la mancanza per chi non c’è più, ma il passato non ha le stesse fosche tinte che ha avuto fino ad ora. Hanno il sopravvento i ricordi, soprattutto quelli positivi. Grazie a quelli si riesce a integrare dentro se’ la presenza di chi non c’è più.

Ma:“Il lutto, gli aveva detto una volta Yui, è come qualcosa che si mangia ogni giorno, un panino fatto a piccoli pezzi ed ingurgitato con calma (…). La digestione era lenta” (pag. 211).

Le fasi viste prima infatti non devono essere prese alla lettera e soprattutto sono a volte rese complesse dal rapporto che si aveva con la persona deceduta. Se esso è stato “complicato” (per usare un eufemismo) allora il rischio è che anche l’elaborazione del lutto lo sia.In questi casi è sempre bene rivolgersi ad un terapeuta poiché le conseguenze nell’uno. periodo possono essere molteplici. TERAPIA INDIVIDUALE

Come accennavamo prima , molto dipende da:

  1. tipo di decesso;

  2. posizione che la persona aveva all’interno del nucleo familiare;

  3. età di chi è deceduto;

  4. tipo di rapporto.

Ed in tutto ciò anche “avere un luogo in cui piangere” può favorire l’elaborazione del lutto stesso (si vedano i tristi avvenimenti recenti rispetto alle morti per Covid e a non aver potuto “salutare” e piangere la persona amata scomparsa).

Ed ecco allora il significato di Bell Gardia e del telefono. Un luogo in cui piangere e poter parlare, tra l’altro in estrema riservatezza e solitudine, essenziale per questi momenti così intimi.

Nel silenzio di quella cabina ci si può sentire liberi di esprimere la propria rabbia, la negazione, la tristezza insomma tutto ciò che fa parte del processo di elaborazione e che ahimè nella cultura occidentale non ci diamo più il tempo per provare.

Ci danno per legge “tre giorni” come se in tre giorni si riuscisse a fare ciò che magari viene difficile anche in anni. E la morte fa così paura che neppure più i bambini si portano ai funerali dei nonni o addirittura dei genitori (così come invece un tempo naturalmente avveniva) con la scusa (confezionata da adulti che neppure ci credono ) che “tanto i bambini non capirebbero”. Ecco allora quale può essere l’utilità di quel telefono. Far pace con chi è “andato via” ed arrivare quindi a dirla con le parole di Sant’Agostino:”La morte non è niente. Sono solo passato dall’altra parte”.

E chissà che qualcuno, dall’altra parte della cornetta, ce lo sussurri….nel vento.

PS Se non sapete cosa leggere: Laura Imai Messina, Quel che affidiamo al vento, Ed.Piemme,Mi, 2020.

Dott.ssa Sabina Natali, Psicologa, Psicoterapeuta Torino
C.so IV Novembre, 8.
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