Anche il mio studio https://www.natalipsicologatorino.it sta per entrare nella fase 2 (ed io con lui!).

È stata dura, dura per tutti, per un intero popolo a cui ciascuno di noi ha sentito (a volte anche solo a tratti) orgogliosamente di appartenere, non appena è stato minacciato da un essere invisibile come un virus.

Per capire meglio cosa sia successo sui “balconi” e non solo mi vengono in mente i lavori di W. R. Bion, psicoanalista britannico, si è occupato soprattutto di gruppi.

Quando entrano a farne parte, gli individui sperimentano sia uno stato mentale più “cosciente, razionale“ (chiamato “gruppo di lavoro”) volto al conseguimento di traguardi concreti e dichiarati, sia una attività inconscia derivante:

dai contribuiti anonimi dei singoli membri che inconsciamente mettono in comune stati emotivi fortemente regressivi, a motivo dei quali essi perdono parte della loro individualità e acquistano il sentimento di appartenenza al gruppo, sentito come un’entità distinta dalla somma dei singoli membri” (Kaneklin, Il gruppo in teoria e in pratica. Raffaello Cortina Editore, Milano, 2010.p. 53). 

Esiste quindi una “mentalità di gruppo”: i membri che fanno parte del gruppo rinunciano ad una parte di se’ proprio per sostenerlo.

Esistono 3 diverse modalità di funzionamento del gruppo chiamate “assunti di base”

  1. Attacco/fuga.Il sentimento di base e’ la paranoia; la percezione è quindi quella di buono /cattivo. In questo caso il gruppo agisce come se La sua sopravvivenza fosse messa in pericolo da un nemico esterno da mettere in fuga. Per questo si vive sempre sotto attacco, mentre il gruppo in se è “buono”.  Purtroppo però la paranoia si infiltra nel gruppo ed essa fa percepire alcuni membri come più fedeli” e altri meno.
  2. Dipendenza .In questo caso prevale l‘ansia dell’abbandono. Pertanto non si può provare ostilità (pena il senso di colpa) per un leader onnipotente che ha lo scopo di far funzionare bene il gruppo.
  3. Accoppiamento. Si teme di essere esclusi da un leader onnisciente che salverà la situazione e che deve ancora nascere/arrivare.

Solitamente i gruppi “sposano” uno di questi assunti di base (un es. per tutti: l’ esercito quello di attacco/fuga) e tendono a mantenerlo nel corso del tempo. Invece in casi di grossi sconvolgimenti (come quello che stiamo vivendo) vi è  una maggiore fluidità con il passaggio da un assunto all’altro.

Tornando a quanto dicevamo all’inizio, abbiamo passato varie fasi, che hanno colto tutti assolutamente impreparati: dalla sottovalutazione del pericolo (si veda Coronavirus e psicologia:il tempo sospeso) alla paura, quella profonda, animale Smettere di avere paura di tutto:come guarire dalla panofobia. passando attraverso una serie di sfumature che non starò ad elencare. 

Insomma il Coronavirus è stato il convitato di pietra (di mozartiana memoria ) per l’intera umanità.

Da più parti si è sentito parlare di “ritorno alla normalità”.

Ma cosa è la normalità? Spesso ci troviamo a dire:” Tu non sei normale”, “Guarda che questa è la normalità  e così di seguito, ma utilizziamo il termine normale in modo ormai automatico, senza ben conoscerne il significato. Esistono quattro tipi di normalità:

  1. Normalità statistica: Ovvero è normale ciò che è maggiormente probabile, proprio dal punto di vista statistico. Quindi si tratta di matematica pura e semplice.I comportamenti che si verificano di più saranno normali, gli altri patologici. È un criterio molto utile quando si vuole essere “scientifici” ma poi finisce lì (chi decide ad es. la soglia della “quantità di normalità ?”).

  2. Normalità sociale. È normale ciò che è “giusto” per la società all’interno della quale viviamo. Tutto dipende quindi dalla storia e dalla cultura di quella particolare società e quindi una conseguente variabilità. 

  3. Normalità biologica. In questo caso per definire ciò che patologico non è (quindi considerato normale) bisogna considerare leggi e modelli biologici. Essi però sono correlati con modelli scientifici che hanno una grande variabilità (dipendono cioè dal progresso della scienza).

  4. Normalità soggettiva: dipenderà cioè dal singolo individuo (il rischio è quindi considerare noi- e pochi altri – “normali” e tutti gli altri “anormali”).

Già da molti anni, quando non eravamo neppure “in odor di pandemia“ si sentiva da più parti ripetere che così non si poteva andare avanti: questioni climatiche, sociali, economiche. Non è questa la sede per parlarne ma ciò che riguardava (e riguarda) l’intera società riguarda anche i singoli individui.

Quanti di noi sapevano che qualcosa nella loro vita non andava? Dalle cose più banali tipo: “Devo decidermi ad andare a vivere in campagna” al: “Dovrei lasciarlo/a” passando per: “Non posso più vivere con questa ansia, dovrei occuparmene”. 

Il Coronavirus non ha fatto altro che fungere da accelleratore e duplicatore di tutte le problematiche che ciascuno si portava dietro da tempo.

A queste poi vanno sommandosi ciò che a ciascuno è successo “per colpa del Coronavirus”: perdita del lavoro, perdita di un proprio caro, isolamento forzato, difficoltà nel ritmo sonno /veglia, separazione dai propri affetti stabili, aumento del conflitto di coppia  etc.

Tutto ciò non può essere cancellato con una bacchetta magica nella notte tra il 3 ed il 4 maggio (giorno di parziale allentamento delle misure restrittive). Se ci soffermiamo un attimo a pensare a come eravamo, ad es. il 18 febbraio, a quale stile di vita stavamo conducendo, e lo confrontiamo con l’adesso possiamo ben capire quanto è stato tutto repentino e soprattutto inatteso.

Non possiamo pensare di uscire di casa domani mattina e: “Tutto va ben Madama La Marchesa” perché così non sarà (basterà guardarsi intorno per strada o sul luogo di lavoro per capirlo). E male faremmo se lo dovessimo pretendere da noi stessi poiché la nostra psiche non ha tempi così immediati di elaborazione, anzi!

Gli effetti di quanto abbiamo vissuto li vedremo nel corso del tempo. Anche per questo sono stati attivati numeri di servizio di supporto psicologico (uno tra tanti in collaborazione con il Ministero della Salute : 800833833) che non sono psicoterapia (essendo gratuiti) ma che sono un primo sollievo per una situazione come questa. Ed appunto sono stati attivati ora non perché prima si sia stati pigri ma semplicemente perché DA ORA si pensa che ve ne sarà sempre più bisogno. Un po’ come quando si sta “andando per mare“ e ciò che si teme di più e’ l’ onda lunga che è quella che più ci fa patire il mal di mare.

Tutte queste emozioni (paura, tristezza, senso di solitudine etc) non devono spaventarci. Dobbiamo pensare che dato ciò che abbiamo vissuto, sono del tutto naturali e come tali accoglierle e magari ascoltare cosa hanno da dirci.

Soprattutto non pensare di lasciarle lì, sotto il tappeto, se dovessero diventare molto pesanti. Occuparsene il prima possibile e’ un segnale prognostico positivo dal punto di vista psicologico. Soprattutto non vergognarsene poiché se prima stavamo “bene” (mi verrebbe un po’ provocatoriamente da dire “eravamo normali”) ora basteranno pochi colloqui per rimettersi in carreggiata. Più si attende però più le cose peggioreranno.

Diversa sorte invece per il personale sanitario che si è trovato a dover fronteggiare un’onda anomala e terrifica e a farlo con tutta la professionalità possibile. Ora anche per loro e’ tempo di deporre il camice (e la conseguente armatura che ha consentito di superare quei momenti) e farsi dare una mano. Ciò di cui soffrono in questo momento gli operatori sanitari (medici, infermieri, oss) sono gli effetti di un PSTD (disturbo post traumatico da stress): ansia, sensi di colpa, non provare emozioni, pianti, difficoltà nel ciclo sonno/ veglia e molto altro sono il campanello di allarme che ci dice: “la botta è stata dura ora prenditi cura di te” perché “Quando manchiamo a noi stessi tutto ci manca” dice W. Goethe.

Anche il fatto di non aver potuto salutare le persone care decedute pone purtroppo le basi per ciò che prende il nome di “lutto complicato” poiché oltre al proprio caro/a è venuto anche a mancare il rito che si accompagna alla morte e sappiamo che i riti sono importanti.

Non poterlo /a salutare, vedendola fisicamente e essere costretti a accettare la cremazione (quando magari non era quello che avevamo pensato) pone le basi per difficoltà psicologiche di elaborazione del lutto stesso.

Ora che la fase due è ufficialmente iniziata (e nella speranza duri!) dovremmo iniziare a pensare di non “ricominciare “ma di “adattarci” ad un tipo di vita differente da prima. I termini sono importanti. Nel concetto di ricominciare c’è un’ aspettativa del “tornare alla vita di prima esattamente nel punto in cui essa si è interrotta” e sappiamo bene che ciò non è possibile. È bene quindi ripensare questa ripartenza come un adattamento a nuovi stili di vita (che ci porteremo dietro per un po’ ma non per sempre ).

Gli orientali, ad esempio, indossavano normalmente le mascherine indipendentemente dalla pandemia, Non facevano invece parte della nostra cultura. Questo è uno degli esempi che ci fanno capire il concetto di adattamento. Per non parlare della distanza di 1,5 m, molto distante dal nostro modo latino di percepire le relazioni interpersonali.

Ci sono anche persone che non vorrebbero uscire non solo perché “là fuori il mondo è pericoloso” ma anche perché  ci si era adattati talmente bene alla vita in casa (tra Smart work, Glovo, Netflix e ginnastica casalinga ) che “e chi esce più con il rischio di prenderselo ?” 

Possiamo recuperare ciò che abbiamo capito di noi in questi mesi di stop forzato. Ci è stata data la possibilità di riflettere su ciò che è realmente importante per noi, su quali sono le nostre priorità, e su come “ci sogniamo per dopo”. Tutto ciò nessuno potrà rubarcelo e farne tesoro ci servirà per aiutare il nostro riadattamento.

Infine il mantra è sempre quello: fatevi aiutare. Soprattutto questo è il momento giusto per rivolgersi ad un terapeuta (lo si può fare anche da casa attraverso l’ ONLINE).

Così che questo “secondo tempo” della nostra vita ci veda  realmente protagonisti

Dott.ssa Sabina Natali, Psicologa, Psicoterapeuta Torino
C.so IV Novembre, 8.
E-mail: info@natalipsicologatorino.it
Tel: 338/3052197