Perché andare dallo psicologo e non provare imbarazzo nel parlare con i propri cari.

La mia idea iniziale di questo sito si era basata (ed ancora si basa) non sul creare una disamina dei principali disturbi psicologici e/o psichiatrici e men che meno trovare una soluzione a ciascuno di loro. Credo che la rete sia piena di ciò.

Ho invece voluto fin dall’inizio usare un linguaggio il meno tecnico possibile, se non proprio la’ ove i tecnicismi risultano essenziali, al fine di permettere a quante più persone, di mostrare la psicologia per quello che è: una delle possibilità più efficaci per star bene con se’ stessi e con gli altri.

Allora perché andare dallo psicologo spesso e volentieri è ancora fonte di così grande imbarazzo? Perché molti pazienti che vedo nel mio studio di Torino mi dicono: “Dottoressa, non l’ho detto ai miei genitori (marito/ moglie/ figli/amici)”.

E ‘ risaputo che nel “bel Paese” la psicologia ha storicamente fatto fatica a prendere piede. Infatti solo nel 1971 vennero inaugurati (a Padova e Roma) i i primi due corsi di laurea e nel 1989 venne istituito l’ Ordine Nazionale.

A questi dati fa da contro altare una ricerca della Società Italiana di Psichiatria secondo la quale vi sono 17 milioni di italiani con problemi di salute mentale. Tra questi solo dall’8 al 16% si reca da un professionista della salute mentale.

Partendo da questi dati, nel proseguio del discorso, farò mio il pensiero del grande Irvin Yalom in un libro scritto nel 2002 ma tradotto in Italia solo nel 2014, (edizioni Neri Pozza,Vicenza), Il dono della terapia.

“Se i pazienti vogliono sapere se sono sposato, se ho figli, se mi è piaciuto un certo film, se ho letto un determinato libro o se mi sono sentito a disagio incontrandoli durante un evento sociale, rispondo sempre in modo diretto. Perché no? Qual è il problema? Com’è possibile avere un incontro autentico con un’altra persona rimanendo sempre indefiniti?”.

Non so se tutti sanno che i terapeuti per essere “buoni professionisti “ dovrebbero attuare un percorso psicoterapeutico a loro volta. Ma mentre ciò rappresenta conditio sine qua non per svolgere la professione per qualche orientamento (psicoanalitico, freudiano, lacaniano, junghiano, transazionale) non lo è per il mio (sistemico relazionale). Oltre a ciò i professionisti, terminata la specializzazione, non solo continuano la loro formazione ma essa avviene anche attraverso le supervisioni che rappresentano momenti di confronto con terapeuti più “vecchi”(si legga esperti) su alcune questioni terapeutiche.

Malgrado io non sia stata quindi formalmente obbligata ad ”andare in terapia” ho deciso di farlo lo stesso.

L’ho fatto non solo perché lo dovevo a me stessa, ma anche e soprattutto perché per essere una buona professionista sentivo la necessità di sciogliere alcuni nodi rimasti in sospeso. Ne ho parlato non solo con i colleghi ma anche con le persone a me care, non me ne sono vergognata anzi!In veste di paziente è stata un’ esperienza formativa dal punto di vista personale e professionale. Non l’avessi percorsa ora non solo non sarei la persona che sono, ma neppure la terapeuta che “porto tutti i giorni” nel mio studio di Torino.

Mi ha aiutato a capire come si possa stare “dall’altra parte”. La difficoltà innanzitutto ad arrivare a sedersi su quella poltrona, a “stare dentro ad alcune regole” (rispettare le sedute, telefonare due giorni prima se non si può andare, pagare la parcella etc.), a mettersi in gioco completamente e profondamente, a toccare argomenti scomodi ma necessari. Ancor prima anche cercare la “terapeuta giusta” (ovviamente mai avrei potuto sperare di meglio rispetto a ciò che ho trovato), non è stata una passeggiata!

Poi c’è soprattutto il timore di conoscere profondamente se stessi.

In fondo-ci raccontiamo-se fino ad oggi siamo andati bene così perché cambiare?”. Dietro tale affermazione si cela non tanto la paura del giudizio del professionista (“lui è abituato”), quanto lo scoprire parti di noi che possono farci paura. Allora meglio nascondersi, procrastinare, “fare finta che” piuttosto che affrontare realtà o esperienze “scomode”.Però solo passando attraverso esse si attua il vero cambiamento.

In studio, su una cassapanca antica da me restaurata (Il restauro di un baule antico (e il percorso psicoterapeutico), campeggia una macchina da scrivere Olivetti.

La sua collocazione lì non è casuale. Serve a ricordare che noi siamo fatti di storie. Non la storia (quella che spesso ci raccontiamo su di noi) ma le storie. Come afferma lo psichiatra Vittorio Lingiardi nel suo bellissimo: “Io,Tu,Noi” a pag.19 :

“Il morbido assemblaggio di sé multipli, che comprende parti più infantili e parti più adulte  e adattive, non è per forza indicativo di uno stato mentale patologico. Alla fin fine il lavoro di un buon terapeuta è quello di aiutarci a raggiungere una fluida molteplicità quando diventiamo troppo rigidi e una solida integrazione quando diventiamo troppo liquidi”.

Non credo esista un altro lavoro di questo tipo. Il paragone che faccio ai miei pazienti, che a volte dicono:”Rimandavo da tempo”(aggiungendo poi, a distanza di tempo: “Lo avessi fatto prima!”) è sempre con il dentista. Se ho male ad un dente posso aspettare (ma più che altro sperare) che il mal di denti passi ma se dopo una settimana ciò non è accaduto allora è bene che lo chiami. Il rischio infatti è che l’infezione si estenda e se ciò accadesse saremmo veramente nei guai! Così, visto che non mi vergogno a dire che vado dal dentista perché dovrei farlo nel dire che vado dallo psicologo?.

Nei momenti di reale e profonda difficoltà che la vita ci mette davanti è sempre bene rivolgersi a persone preparate per aiutarci.

Attenzione, questo non vuole dire diventarne dipendenti (altro timore), e dover andare dallo psicologo per anni e anni. Tutt’ altro!

Forse non tutti sanno che la categoria alla quale appartengo ha un codice deontologico che tutti siamo obbligati a seguire. Uno dei suoi articoli (il quarto, nello specifico) recita:

Nell’esercizio della professione, lo psicologo rispetta la dignità, il diritto all’autodeterminazione e all’autonomia di coloro che si avvalgono delle sue prestazioni; ne rispetta opinioni e credenze, astenendosi dall’imporre il suo sistema di valori”

Quindi sfatiamo anche l’idea che lo psicologo sia giudicante. Nelle parole di un professionista serio non sentirete mai “odor di giudizio “. Una mia paziente, al termine di un percorso mi disse :”Che strano dottoressa. Riflettevo sul fatto che lei sa tutto di me ma io non ho mai capito di lei che idee ha sulla religione, sulla politica, non so se è sposata o se ha figli”. Ecco questo deve accadere in linea di massima:una profonda ed equilibrata neutralità.

Quindi, se siete in dubbio, non indugiate oltre. Andate “da uno bravo”. Sarà il più grande gesto d’amore che possiate fare nei confronti di voi stessi!

Dott.ssa Sabina Natali, Psicologa, Psicoterapeuta Torino
C.so IV Novembre, 8.
E-mail: info@natalipsicologatorino.it
Tel: 338/3052197